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Salita all’Illimani, dal Nido de Condores alla vetta

Le foto e la seconda parte del racconto di Riccardo Stacchini


Dopo la salita, la discesa dalla vetta dell'Illimani Panorama dall'Illimani Salita all'Illimani Salita all'Illimani Campo alto dell'Illimani Salita all'Illimani Dietro la tenda Cima Sud dell'Illimani Dietro la tenda Cima Sud dell'Illimani

La salita dal campo alto Nido de Condores fino alla vetta dell’Illimani, passando per la rinuncia al progetto originale e la decisione di seguire la via normale che arriva alla Cima Sud, con i suoi 6432 metri la più alta del gruppo montuoso. Questa la seconda parte del racconto di Riccardo Stacchini che insieme ai suoi compagni di viaggio, Massimo e Andrea De Paoli, Davide Morini e Miguel Martinez, dopo aver visitato il Salar de Uyuni, si sposterà domani a Potosì, per scoprire le sue miniere d’argento.

26/29 luglio 2018
Percorriamo in salita i 1000 m di dislivello fino al Campo Alto “Nido de Condores” a 5.450 m. La quota si avverte, pesa più dello zaino. Il ritmo del respiro raddoppia rispetto alla frequenza dei passi. I portatori caricano più di 20 kg e ci sorpassano apparentemente senza fatica, quasi in segno di rivincita fisica nei confronti dei gringos tecnologici e attrezzati a puntino ma in evidente affanno a causa della quota. Calza a pennello questo paragone raccontato da un amico in ambiente montano: “è inutile che ti vesti con la camicia a scacchi e ti tieni la barba lunga se non hai mai preso un’accetta in mano!”.

Fisicamente ora sto bene, Massimo leggermente meglio con la schiena. È difficile decidere come comportarsi, mangiare per non perdere le forze o digiunare un giorno per sfiammare l’intestino? Io avevo scelto la seconda opzione, continuando a bere tantissimo. Mi sono sentito debole per 2 giorni poi mi sono ripreso velocemente.

Il Nido de Condores è un posto privilegiato, la vista è stupenda sul ghiacciaio e su La Paz, che di notte si illumina con milioni di lampadine. Ci accampiamo sulla neve e prendiamo l’acqua per cucinare alla base di un piccolo crepaccio dove scorre un rigagnolo al di sotto del muro di ghiaccio. I rapaci veleggiano a pochi metri da noi scendendo per mangiare i resti del nostro cibo.

La prima mattina la dedichiamo ad un assaggio delle condizioni della neve. Cerchiamo di arrivare alla base della cresta Ovest, obiettivo primario della spedizione, ma i grandi crepacci formano un labirinto difficile da sorpassare. Più volte torniamo indietro sulle nostre tracce guadagnate a fatica. Miguel e David indossano le ciaspole per galleggiare meglio, ma io, dietro di loro senza ciaspole affondo nella traccia di ulteriori 20 cm, quasi come se dovessi fare una traccia nuova. Il paesaggio inviolato è stupendo e ripaga della fatica.

Riusciamo quasi a raggiungere la base della cresta dove dovremmo accamparci per iniziare il giorno seguente la difficile salita. Il piano però salterà, come previsto, a causa della troppa neve sul piano e del ghiaccio ventato sulla cresta. Le condizioni ottimali sono difficili qui da trovare, devono coincidere diversi fattori niveo-meteorologici per permettere la salita della cresta affilata in sicurezza. Peccato! Rientriamo con altrettanta fatica al campo alto. Nel frattempo Andrea, figlio di Massimo, sta male per la quota. Massimo si è risparmiato oggi in attesa di domani. Insieme decidiamo di abbandonare il progetto originale, il concatenamento delle quattro cime dell’Illimani passando dall’inviolata cresta Ovest, chiamata la “linea perfetta” per quanto bella ed affilata dal vento. Optiamo quindi per la cima Sud, via più facile nonostante sia la vetta più alta del gruppo.

David, italo-belga professore di inglese nella missione di Peñas, ci racconta di come abbia perso 5 anni fa tutte le prime falange dei piedi tranne una, proprio su questa cima, per cattivo equipaggiamento e una notte passata in tenda al freddo. Sottolinea la sofferenza dell’amputazione dandosi più volte del pirla! La sveglia suona all’una, David e Francesca non verranno con noi: lui l’ha già salita 2 volte mentre Francesca ha un principio di congelamento a un alluce. Due cordate da due quindi: Miguel con Massimo, io con Davide.

La fatica a queste quote è tanta. Talvolta il piede scivola indietro perdendo i cm guadagnati e rompendo il ritmo sottile del fiato. Lo paragono alla mountain bike in salita, quando la pedalata gira a vuoto sotto sforzo. La conquista della cima tramite la fatica, mai dovuta e sempre con rispetto: se mi vuoi arrivo, se non mi vuoi torno indietro.

Pico Sur Illimani 6.438 m
Finalmente, alle 7:30, a distanza di mezz’ora da Miguel e Massimo, la salita è finita, siamo in vetta. Sotto sforzo penso tantissimo e prego, mi sento protetto e sicuro. Benedico i passi falsi e i piccoli inciampi che mi permettono di tenere alta la guardia. Ora dobbiamo scendere, con maggior attenzione rispetto alla salita.

Rientriamo sfiniti al Campo Alto alle 11, pranziamo velocemente e smontiamo le tende. I portatori sono arrivati dal basso e porteranno il materiale 1000 m più in basso al campo base di Puente Roto, dove l’indomani ci attenderà il pulmino per rientrare alla missione di Peñas.

Felici e soddisfatti della bellissima esperienza, dei luoghi, del rapporto amichevole con i locali, dei panorami mozzafiato. Ci prenderemo ora qualche giorno di riposo e turismo. Non vedo l’ora di visitare il Salar de Uyuni, nel sud, ai confini con Cile e Argentina. Un grazie personale va a Massimo, che ha voluto condividere il suo sogno Boliviano con noi. Grazie anche allo sponsor PAYPER di Forlì, al supporto logistico dell’instancabile Padre “Topio” e dei suoi volontari della Missione di Peñas, al supporto tecnico e mediatico di FERRINO, KAYLAND e OUTDOORTEST.IT.

 

Riccardo Stacchini

 

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