Acclimatamento concluso, alpinisti verso il monte Illimani

Il racconto e le foto delle salite al Diente Tarija e al Condoriri

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Salite di acclimatamento
In cammino verso il verso il Diente Tarija per l'acclimatamento Sul Condoriri Salite di acclimatamento Salite di acclimatamento animali sul sentiero in fase di acclimatamento Le calzature delle donne del posto Salite di acclimatamento Salite di acclimatamento Sul lago Titicaca Acclimatamento Acclimatamento con tanta neve I nostri colli In viaggio verso le montagne Acclimatamento Acclimatamento verso il Diente Tarija verso il Condoriri lago Chiar Khota lago Titicaca Acclimatamento Una donna e la sua bambina Sul Condoriri

È finita la fase di acclimatamento per Riccardo Stacchini Massimo De Paoli, Davide Morini e la Guida peruviana Miguel Martinez. Nei giorni scorsi il gruppo ha salito alcune cime di oltre 5000 metri, il Diente Tarija e il Pequeño Alpamayo, ma la troppa neve ha impedito loro di andare in vetta al Condoriri. Oggi pomeriggio (orario italiano) gli alpinisti sono ripartiti: dopo una breve tappa a La Paz, nel tentativo di rimediare delle ciaspole, inizieranno a salire fino a Puente Roto, il campo base del monte Illimani, dove dormiranno in tenda. Poi domattina saliranno con i portatori al Nido de Condores, il primo campo alto, e una volta qui decideranno il da farsi in base alle condizioni della montagna. Di seguito intanto il racconto e le foto inviateci da Riccardo proprio poche ore fa.

“Lasciamo la missione di Peñas in pulmino-taxi e dopo alcuni km di strada asfaltata prendiamo un lungo sterrato che risale dolcemente la lunghissima valle piena di alpaca e lama. La valle si chiude e incontriamo i nostri arrieros, i portatori del nostro materiale con i muli. Qui le condizioni di vita sono toste, ma sembra che il freddo e la neve non infastidisca chi ci abita. I bimbi giocano fuori, le donne camminano sulla neve con scarpe basse da città con le dita scoperte e senza calze. Incredibile la loro sopportazione al freddo! Scarichiamo le sacche e il cibo e partiamo con i nostri zaini a piedi sotto una leggera nevicata. Dopo un’ora arriviamo al lago Chiar Khota, l’ambiente con lago, neve e nubi basse sembra islandese. Ci sistemiamo nel rifugio che non è altro che una stanza con i materassi a terra e un altro ambiente ad uso cucina. Molto meglio essere qui piuttosto che in tenda con vento e neve.

Dalla mattina non sto bene, ho lo stomaco in subbuglio e devo andare in bagno diverse volte. Non per l’altitudine ma per qualcosa che ho mangiato o bevuto. La sera mangio solo una minestra, la notte dormo male con nausea e un forte mal di pancia. Mi alzo alle 23 per tornare in bagno e penso già che sarà dura partire con gli altri. La sveglia alle 2 è pesante, sono debole e non ho appetito, non mangio a colazione sforzandomi di bere il più possibile. Massimo da ieri è bloccato con la schiena, gli faccio una iniezione ma non riuscirà a partire questa notte, inizio a pensare di non riuscirci neanche io. Torno in bagno e decido di provarci, almeno per l’avvicinamento che durerà un’ora con un guadagno di quota di soli 80 metri, interminabili!

Mi sono dato questo limite per decidere se tornare o continuare e decido poi di provarci. Indossiamo ramponi, imbrago e piccozza, ci leghiamo in cordata: io con il peruviano Miguel e Davide con la messicana Francesca. Iniziamo a salire e capisco subito che sarà durissima per l’inconsueto accumulo di neve. Abbiamo avanti a noi 2 cordate di argentini con mezz’ora di vantaggio e altre due cordate con guide Boliviane. In breve li raggiungiamo e Miguel passa davanti per dare il cambio nel fare la traccia.

Faccio una fatica immensa, mi sento debole e il mal di pancia è forte, ogni passo è una pena a questa quota. Ogni tanto si apre qualche buco sotto i nostri passi a causa dell’inconsistenza della neve caduta. Svalicando la Sella a 5100 m, tira un vento fortissimo. Conquistiamo la Cima Diente Tarija a 5.200: raggiungere una vetta è una sensazione indescrivibile, soprattutto quando le difficoltà sono tante e dall’alto splende il sole mostrando un panorama fantastico. Nelle condizioni in cui mi trovo è un regalo inaspettato e decido di accontentarmi. Sono sfinito. A malincuore non proseguo e torno indietro con Francesca, mentre Miguel e Davide, in ottime condizioni, scenderanno per passare un’ultima sella per poi salire il tratto finale del Pequeño Alpamayo. Il primo obiettivo è così stato raggiunto da almeno 2 dei 4 partecipanti ufficiali della spedizione.

La mattina successiva ci alziamo all’una di notte per riuscire a partire alle 2:15. Un’ora prima rispetto a ieri consapevoli della lenta progressione a causa della neve alta. Dopo le ultime nevicate non è salito nessuno sul Condoriri e la traccia è tutta da fare. Ieri mi sono riposato, sto un po’ meglio e mi è tornato l’appetito. L’avvicinamento è altrettanto lungo ma al contrario di ieri si inizia a guadagnare quota abbastanza velocemente. Miguel ha già salito il Condoriri ma così tanta neve non l’aveva mai trovata. La prima parte è solitamente su sentiero roccioso ma la neve e il buio ci fanno sbagliare il percorso almeno 3 volte. Raggiungiamo il canale giusto che affianca la lunga lingua di ghiacciaio crepacciato e la pendenza inizia a essere problematica. Il fondo è sassoso, instabile e ghiacciato, coperto da 40 cm di neve fresca, solitamente mai presente in questo periodo. Più volte ci fermiamo per riposarci, senza dire nulla, consapevoli che non sarà possibile raggiungere la cima del Condoriri a causa della troppa neve presente. Con tanta fatica raggiungiamo la sella al di sotto del Campo Morena. Dal canale opposto, molto ripido ritroviamo Thomas, un ragazzo argentino che è partito insieme a noi ma che poi ha scelto un altro percorso. La neve gli arriva in vita e si fa spazio sulla neve con le due piccozze ad ogni passo. Incosciente trovarsi in quel canale da solo.

Da questo punto, a 5180 m, il panorama è stupendo. Prima era nascosto, ma ora vediamo la testa del Condor (Condoriri) insieme alle due cime laterali, le ali destra e sinistra del Condor, montagna sacra per il popolo Aymara. Peccato, stavamo tutti meglio, compreso Massimo col suo mal di schiena, che gli darà poi qualche problema in discesa.

Dopo le foto di rito iniziamo la discesa, anche in questo caso a malincuore. Oramai è tardi, sono le 8 e di neve c’è n’è veramente troppa. Alle 11, tornati al campo base mi stendo subito nel sacco a pelo, gli altri mangiano ed io li raggiungo per la frutta. La zona del lago Chiar Khota è piena di animali: lama, alpaca, viscacha (un roditore simile ad un coniglio con la coda dello scoiattolo) alcuni rapaci e incredibilmente tanti gabbiani! Prepariamo le sacche e ripartiamo insieme ai muli che ci aiutano nel trekking di un’ora e mezza che ci separa dall’appartamento col pulmino. La ragazza che guida da dietro i 4 muli porta dietro di sé il figlio di un anno, avvolto nel classico telo andino dai mille colori. È impressionante come mantenga un passo veloce e sicuro sulla neve e sui sassi lisci e scivolosi, con scarpe basse a suola liscia e dita scoperte.

Rientriamo quindi alla missione di Peñas per un giorno e mezzo necessario per riposarci e per preparare il materiale per la zona dell’Illimani dove passeremo in tenda i prossimi 6 giorni. Ci prendiamo il lusso di spostarci sul lago Titicaca per pranzare in un ristorante. Buonissima e a buon mercato la trota fritta. Un briefing accurato è importante per ridefinire gli obiettivi, abbiamo alcune alternative ma pensiamo sia giusto mantenere quello originali, che dà oltretutto il nome alla spedizione: “Bolivia Illimani 2018”. La neve caduta in questi giorni rende difficoltose tutte le cime al di sopra dei 5000 m e decidiamo quindi di restare sul progetto originale consapevoli dei limiti presenti e pronti a fermarci, mantenendo un alto grado di sicurezza senza rimpianti per non averci provato.

Adesso ripartiamo in pulmino: passiamo da La Paz x provare a rimediare delle ciaspole (inusuali qui) poi iniziamo a salire fino a Puente Roto, campo base, dove dormiremo in tenda. Domattina saliremo con i portatori al Nido de Condores (campo alto). Pensiamo di fare la traccia nella zona piana del ghiacciaio con 2 pale, scarichi senza zaini pesanti, tornando indietro al campo alto. Questo in 2 o 3 giorni, poi in base alle condizioni salire la cresta. Vediamo se farla in giornata o tentare il giro programmato con tutto il materiale al seguito. Tanto peso con tanta neve è difficilissimo! Valuteremo il da farsi quando saremo lì. Dicono che forse ci sarà il segnale cellulare, altrimenti ci aggiorniamo fra 6 o 7 giorni!”

 

Riccardo Stacchini

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